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Il Giorno più lungo - Gli scontri di Porta San Paolo e la guardia Antonio Sarappa |
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Scritto da Gianmarco Calore
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Mercoledì 16 Maggio 2012 09:43 |
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IL GIORNO PIU' LUNGO
Roma: gli scontri di Porta San Paolo e la guardia Antonio Sarappa
di Gianmarco Calore
Non c'è mai un buon motivo per morire, nemmeno in Polizia.
Questo l'ho imparato nel corso delle centinaia di ricerche su altrettanti nostri Caduti. Tantissimi ragazzi (e in epoca più recente anche alcune ragazze) hanno immolato la propria vita sull'altare del Dovere, molto spesso diventando nostri eroi, in taluni casi ricordati anche a decine di anni dalla loro morte.
A me personalmente gli eroi non piacciono, soprattutto se tale epiteto è un epiteto POSTUMO. Un eroe morto non serve a nessuno: non serve ai familiari, che perdono un loro caro in cambio di una medaglietta malamente appuntata sul bavero della giacca da un fintamente commosso rappresentante delle Autorità e – nella migliore delle ipotesi – di un lavoro garantito loro come magro risarcimento a un danno di per sé incommensurabile; non serve allo Stato, per il quale un Poliziotto ucciso è solo un costo che incide sul bilancio con pensioni di reversibilità, funerali solenni, commemorazioni; non serve alla Polizia, che perde un collaboratore il quale – specie di questi tempi – non troverà giustizia nemmeno in un'aula di tribunale. Sia ben chiaro: non è un'invettiva contro chi è morto per il Dovere, bensì contro l'intero sistema che si muove alle sue spalle. Insomma, oggi essere eroi non conviene più.
Ma come non mi piacciono gli eroi, così detesto il facile oblio con cui ci si trova a seppellire il ricordo di chi comunque suo malgrado ha dato la vita per un lavoro il quale, piaccia o no, con la morte convive ogni giorno.
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Ultimo aggiornamento Mercoledì 16 Maggio 2012 13:09 |
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Il regolamento della disperazione |
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Scritto da Gianmarco Calore
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Mercoledì 11 Aprile 2012 16:00 |
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IL REGOLAMENTO DELLA DISPERAZIONE
di Gianmarco Calore
Mi è costato molto scrivere su una vicenda come questa.
Una simile premessa è necessaria prima di affrontare un tema che oggi può sembrare anacronistico, ma che fino a non molto tempo fa era di sconcertante attualità per l'intero Corpo della Polizia italiana. Per una volta tanto qui non parlerò di Poliziotti caduti, anche se la morte è comunque presente e ha toccato fin troppo da vicino un nostro Collega: qui parlerò invece di un aspetto della nostra storia che ci riguarda come Corpo, come esseri umani, come singoli individui.
Ho deciso di non tacere nemmeno i nomi dei protagonisti: se si racconta una storia, lo si fa fino in fondo assumendosene tutte le responsabilità.
E' una storia tristissima, la cui lettura sconsiglio a chi si ritenga troppo sensibile per sostenerne il peso.
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Questa è la storia di Cesare Vito, un giovane venticinquenne arruolatosi nel Corpo delle Guardie di P.S. con la qualifica di guardia aggiunta. L'anno è il 1959, il teatro di questa storia è Torino, una grande città tuttavia troppo piccola per contenere lo scalpore – ma soprattutto il dolore – che gli avvenimenti che andremo a raccontare provocheranno.
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Ultimo aggiornamento Lunedì 30 Aprile 2012 09:10 |
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Roma a mano armata - L'allievo vicebrigadiere Settimio Passamonti |
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Scritto da Gianmarco Calore
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Lunedì 30 Aprile 2012 07:36 |
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ROMA A MANO ARMATA
di Gianmarco Calore
Questo non è il titolo di uno dei tanti film del genere “poliziottesco” che caratterizzarono il cinema italiano della fine degli anni Settanta: un filone che trovò la sua fortuna proprio sfruttando quella paura repressa e quella voglia di giustizia (a volte anche di giustizialismo) che pervadeva il cittadino italiano medio schiacciato da una quotidiana violenza di piazza e dai soprusi di una criminalità tra le più agguerrite.
Questa storia ha in comune con simili pellicole solo una cosa: il periodo storico. Siamo infatti proprio negli anni Settanta. Anzi, di più: siamo per la precisione in quel tristissimo anno che la storia ci ha consegnato semplicemente con il suo nome, il Settantasette.
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Ultimo aggiornamento Mercoledì 02 Maggio 2012 07:42 |
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Il sequestro Moro: cosa è cambiato da quel giorno in Polizia |
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Scritto da Administrator
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Giovedì 17 Novembre 2011 13:53 |
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1
Cos'è cambiato? Tutto. L'azione di per sè fù devastante per noi, annientati psicologicamente, incapaci di reagire, avevamo paura che visto il successo altri gruppi avrebbero potuto emulare immediatamente approfittando del momento. La reazione fù rabbiosa, affrontata con gli unici due strumenti che avevamo a disposizione in quel momento, posti di blocco e perquisizioni, orari massacranti, due o più giorni senza chiudere occhi, L'investigazione lenta a partire, tutti a leccarsi le ferite, bisognava riorganizzarsi e reagire in tempi rapidi in tutti i settori. La prima cosa di cui parlammo fù "abitudinarietà" di quel servizio particolare, arrivo alle otto sotto casa, si attende la persone che sale in macchina e si parte, semplice, chì osa attaccare una scorta di ben 5 uomini. E proprio lì colpirono, con la sorpresa, con l'astuzia, tutto programmato, con una ferocia inaudita contro altri esseri umani.......
(testimonianza privata)
2
Non è semplice scrivere ricordando e per di più con gli occhi lucidi. Dopo l'amaro risveglio arriva una disposizione dal Ministero, tutti coloro che fanno scorte a turno a Nettuno per un corso di aggiornamento sull'argomento. Dentro di me pensai subito a cosa ci avrebbero insegnato insegnato di nuovo. C'insegnarono tanto ridandoci la carica e la fiducia che in un'attimo era stata spazzata via, consapevoli che dopo avevamo appreso come cercare di capire come ragionava il nemico e se possibile anticiparlo con semplicità, astuzia anche per noi e perchè no beffarlo se ci si riusciva, ma dovevamo essere attenti, non lasciare nulla al caso, in pratica mettere gli attributi sul tavolo da gioco. Furono tre o quattro giorni intensi dove nessuno si tirò indietro, qualcuno ricordo che rischiò di lasciare qualche dito dentro gli sportelli, per tutti fù una novità degna di essere chiamata tale. Ci venne insegnato a salire e scendere dall'auto in corsa con arma lunga e corta, reagire al fuoco ordinandoci a stella distesi in terra sempre scendendo dall'auto in corsa, rimanere sempre separati quando si era fermi di almeno un centinaio di metri, quando si ripartiva il collega doveva correre per risalire in macchina così quando si arrivava a destinazione, un centinaio di metri prima scendeva sempre in corsa e si appostava osservando scrupolosamente ciò che lo circondava nelle vicinanze, cercare di rimanere a debita distanza dll'auto che precedeva pronti a reagire, giubotti sempre indossati e armi pronte all'uso, segnalare qualsiasi anomalia durante il percorso, variazione alternata di essi compresi gli orari.
Secondo me ci fù lo zampino di qualche altra polizia (senza fare nomi) che offrì la propria consulenza in quel periodo nefasto per la nostra storia.
(testimonianza privata)
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Ultimo aggiornamento Giovedì 26 Gennaio 2012 11:19 |
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